Gli otto vizi capitali: Lussuria


L

ussuria. Da vizio animalesco, che renderebbe l’uomo simile alla bestia, è stato consacrato allo stato di virtù, o quantomeno di qualità da esibire: per rendersi attraenti, per essere desiderati o quantomeno rispettati nel grande bazar para-darwiniano del prestigio sociale. Ma quello che è più strano è che la sua sorte bicefala è stata determinata dallo stesso moralismo sottinteso, dallo stesso pruriginoso pregiudizio contro il corpo. La lussuria, fra i sette vecchi vizi capitali, è probabilmente quello che oggi si considera il più degno di ostentazione; eppure anche questo genere di ostentazione è molto più inquietante di quello che sembra a prima vista. D’Annunzio ebbe il vezzo di anticipare, a volte, pose che l’invenzione commerciale della ribellione adolescenziale avrebbe poi diffuso come comportamenti giovanili socialmente accettati e spesso incoraggiati: per lui, la lussuria non contava fra i peccati, anzi le peccata (altro vezzo) perché era una parte fondamentale del suo armamentario estetizzante di dedizione al piacere.

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